Ebbene sì, partecipo anch’io questa volta! E come avrei potuto non farlo? Sigrid mette in palio 3 (tre!) cocottes Le Creuset rosso fuoco. E chi potrebbe perderselo questo giveaway?
Io una cocotte in ghisa ce l’avrei pure, ed è quella che vedete in foto. Ma mica è Le Creuset, e mica è rosso fuoco! E poi è già moribonda, sob…
Senza perdere altro tempo, Sigrid chiede la ricetta dello stufato/piatto unico a lenta cottura che più ci piace. Io non sono solita dedicarmici, ma mi ha fatto ripensare ad un piatto che mi è rimasto nel cuore.
L’avevo mangiato anni fa a casa di una conoscente russa che purtroppo si è rivelata non essere la bella persona che credevo fosse… ma pazienza, mi ha lasciato però il ricordo per questi due piatti di cui mi sono innamorata e che, per un motivo o per l’altro, non ho mai preparato. I pirogi (da leggersi piraghì, secondo la sua pronuncia), che sono dei panzerotti russi ripieni di carne o patate che prima o poi preparerò perché sono deliziosi, e il plof o ploff o plov…
Trattasi di piatto tipico dell’Asia Centrale diffuso nelle varie repubbliche ex-sovietiche. Non esiste una vera e propria ricetta, ma mille diverse, perché in ogni Paese c’è una versione tipica che viene poi fatta propria dalle varie famiglie (avete presente la parmigiana che la mamma fa diversamente da come la fa la nonna, che non la prepara come la zia, che la fa diversa quella della vicina di casa???).
La mia amica aveva importato la versione uzbeka fornitale durante un viaggio a Taskent, poi l’aveva adattata alla cucina italiana e al suo gusto (manzo invece di agnello, da usare al posto del montone).
Qui un breve resoconto sul piatto originale e poi la mia versione, rimaneggiata rispetto a quella già adattata.
Il plof (o ploff o plov o come volete chiamarlo a seconda della zona di provenienza) è uno stufato cotto in un’apposita pentola, il kazan, e preparato tradizionalmente dagli uomini: la ricetta originale vorrebbe che la carne di montone (o di agnello) venisse cotta in abbondante olio di cotone, sulla cui coltivazione si fonda l’economia nazionale (l’Uzbekistan è il secondo produttore al mondo dopo gli Stati Uniti), e che il fondo di cottura venisse in parte utilizzato per condizionare il kazan e in parte bevuto dagli uomini.
Alla carne si aggiungono poi cipolle, carote, frutta secca, ceci e spezie.
Io vi lascio la mia versione, forzatamente molto addomesticata.
- 500 g carne di manzo (l’agnello non c’era e il macellaio voleva vendermi a tutti i costi mezzo capretto da disossare… attenzione che sia carne un po’ grassa e che non diventi dura in seguito a cottura prolungata. Non fatevi fregare dal macellaio che vi rifila un pezzettone tendinoso di cui dovrete far fuori metà del peso. Col cavolo che mi vede ancora!);
- 250 g di riso thai (basmati, patna o qualunque altro riso a chicco lungo. Non so quale sia il preferito in Uzbekistan);
- 5-6 carote;
- 2 grosse cipolle bianche;
- albicocche secche (anche uvetta o mele essiccate);
- 100 g ceci secchi;
- cumino, coriandolo, peperoncino o pepe;
- olio d’oliva (se avete olio di cotone o grasso di agnello o montone sarete più fedeli alla tradizione);
- una testa d’aglio;
La sera prima mettete i ceci a bagno e al mattino cuoceteli in acqua salata facendo attenzione di scolarli un po’ al dente.
Scaldate un paio di bicchieri d’olio d’oliva (perché un po’ meno saporito dell’extra-vergine, ma se vi piace anche quello di semi può andar bene) e soffriggete le cipolle affettate sottilmente. Aggiungete la carne a bocconcini (i miei erano piccolissimi, ma va a gusti, l’importante è che siano pezzettini e non un unico pezzettone) e lasciate cuocere per una decina di minuti.
Aggiungete a questo punto le carote (non sono sicura che nei cortili di Samarcanda in quegli enormi calderoni che usano infilino delle carotine grattugiate nel frullatore), i ceci e coprite con parte dell’acqua di cottura di questi ultimi. Regolate di sale e aggiungete nel mezzo (nella mia foto si vede spuntare) la testa d’aglio in camicia. Spolverate con i semi di cumino tritati, il coriandolo e aggiungete il peperoncino nella forma che preferite: secco, fresco, tritato,a pezzettini, intero… (io avevo solo il cumino e al posto del peperoncino ho abbondato con il pepe al momento di servire). Coprite e lasciate cuocere per una mezz’ora controllando di tanto in tanto che non attacchi.
Quando le carote saranno belle morbide aggiungete il riso ed eventualmente una parte o tutta l’acqua di cottura dei ceci. Coprite e lasciate cuocere altri 15 minuti circa controllando spesso che il riso non si attacchi al fondo della pentola. Spegnete quando questo è ancora al dente e lasciate riposare un’altra decina di minuti in modo da completare la cottura senza che il riso si spatasci troppo.
Mettete nei piatti e accompagnate con la cremina che ricaverete dagli spicchi d’aglio ammorbiditi (non preoccupatevi se non vi piace: nello stufato non lascerà praticamente traccia se aggiungete la testa intera).
Purtroppo non sono riuscita a cogliere con una foto il terrore negli occhi della mia dolce metà quando ha capito che quella che troneggiava in cima al riso era un’enorme testa d’aglio…
E purtroppo sono riuscita a ridurre in crema solo uno spicchio d’aglio. Il resto della testa l’avevo tenuto da parte per farne una salsa da spalmare su dei crostini, ma non ho tenuto conto della voracità del protagonista del post precedente. Si è mangiato una testa d’aglio! E gli è piaciuta!
Per rimanere in tema di Russia, di Repubbliche ex-sovietiche e di attualità (di signorine amiche del papi/nonno e di mobilitazioni femminili): sto leggendo in questi giorni un libro tanto bello quanto crudo e drammatico che è “Proibito parlare”, scritto da quella donna coraggiosa che era Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa il 7 ottobre del 2006 nell’ascensore di casa (l’ennesimo tentativo, andato purtroppo a buon fine questa volta). Un libro in cui la giornalista “smaschera le bugie del regime”, le “verità scomode della Russia di Putin”, che sarebbero poi la Cecenia, la tragedia della scuola di Beslan e quella del Teatro Dubrovka di Mosca. Sono alle prime battute, non posso dirvi molto, solo che non si può non indignarsi e piangere per la rabbia che suscitano certi racconti.
Mi sono appassionata alla scrittura di Anna Politkovskaja dopo aver letto “Cecenia, il disonore russo”, un altro libro devastante che mi ha fatto pensare tanto.
Al di là di quelle che sono le tragedie personali delle vittime del regime dell’amico Vladimir (ma non dimentichiamoci dell’amico Dmitri, per favore), mi si gela il sangue leggendo certi racconti, e ancor di più mi si gela quando mi accorgo che siamo circondati da ragazzette che invece di avere come modello donne di cotanta statura morale, sono ancora convinte che per avere successo sia sufficiente darla a destra e manca e per ottenere visibilità mediatica.
Leggo le storie di una Donna che pur avendo avuto tanto dalla vita (oserei dire che il solo fatto di essere figlia di diplomatici ucraini di stanza all’ONU, a New York, dov’era nata nel 1958, la poneva in una condizione privilegiata rispetto alla maggior parte delle persone a questo mondo), che avrebbe potuto limitarsi a girare il mondo per raccogliere i premi che le venivano conferiti in gran numero, che avrebbe potuto trarre enorme guadagno da questo suo successo, che avrebbe potuto scegliere di vivere in un Paese diverso, nel quale la sua sicurezza personale sarebbe stata sicuramente garantita. Che non l’ha fatto per sete di giustizia e di verità.
E mi indigno. Mi indigno per quello che capita intorno a me, per tutte quelle ragazzette che scelgono la scorciatoia del vecchio magnaccia.
Mi indigno perché in questo Paese nelle ultime settimane non si fa altro che parlare delle abitudini sessuali di certi personaggi e non si fa caso a tutto quello che accade nel mondo.
Scusate, è stato un post incredibilmente lungo, se siete arrivati fino a qui non posso far altro che ringraziarvi e chiedervi di leggere questi e tutti gli altri libri che ha scritto questa coraggiosissima eroina dei giorni nostri, vittima insieme a tutti i protagonisti delle sue storie.